Cosa si intende per migrazione di un sito?

Per prima cosa è bene spiegare cosa si intende per migrazione di un sito web.

La migrazione non avviene esclusivamente quando si cambia il nome a dominio di un sito, ma si parla di migrazione ogniqualvolta cambiano gli url delle pagine.

Questo può accadere ad esempio anche cambiando un tema di WordPress, in quanto la struttura degli url segue quella impostata dal tema.

Un altro caso è passaggio dal protocollo http all’https, anche se in questo caso la tecnica per mantenere il posizionamento è piuttosto semplice.

Abbiamo parlato di cambio di url, quindi ogni spostamento (come ad esempio il cambio hosting) o aggiornamento della piattoforma (ad esempio WordPress o Joomla) non richiedono particolari accortezze dal punto di vista SEO.

Le conseguenze di una migrazione effettuata senza prendere le dovute precauzioni possono essere disastrose, con una perdita di traffico anche dell’80%.

Ciò accade poiché le pagine precedentemente indicizzate restituiranno il tanto temuto errore 404, mentre i nuovi url dovranno ricominciare a scalare ranking da zero.

Esiste però una procedura che, se seguita scrupolosamente, consente ad un sito migrato di mantenere il posizionamento del sito originale, o quantomeno di limitare i danni.

Fase pre migrazione

Per prima cosa è opportuno verificare lo stato dell’arte, e quindi pagine, keyword, risposte server e così via, e correggere eventuali errori.

Per avere una mappa precisa delle pagine del proprio sito è possibile utilizzare screaming frog, un software che “crawla” l’intero sito a caccia di pagine ed errori, in versione free o premium.

Una valida alternativa completamente gratuita è Xenu.

Per individuare le keyword al fine di monitorarle durante e dopo la migrazione è possibile usare la cara vecchia Search Console, o affidarsi a software a pagamento come SemRush o SEOZoom.

Questi ultimi tool sono poi essenziali per scaricare la lista dei backlink che puntano al nostro sito.

Un elemento a cui prestare particolare attenzione è la sitemap.xml che, una volta corretta e implementata con i soli URL canonici, farà da base alla nuova sitemap del sito migrato.

Grazie all’elenco delle pagine ottenuto con i crawler Screaming Frog o Xenu, possiamo scrivere in anticipo i redirect 301 tra le pagine del vecchio sito e quelle del nuovo, avendoli pronti per l’inserimento nel file HTACCESS nella fase di migrazione vera e propria.

I redirect devono essere 1 a 1 laddove possibile, è altamente sconsigliato far puntare diverse pagine a una sola del nuovo sito.

Se non esiste la pagina corrispettiva nel nuovo sito è sconsigliato fare un redirect alla homepage, poiché se troppo numerosi potrebbero essere interpretati da Google come dei soft 404.

La prassi migliore è quella di effettuare un redirect alla pagina semanticamente più vicina a quella del vecchio sito.

Nella fase pre migrazione va poi registrato il nuovo dominio con tutti i profili (www, not-www, http, https) su Google Search Console.

È buona prassi inoltre caricare una pagina di countdown o di under construction sul nuovo sito almeno un mese prima della migrazione, ciò avvertirà utenti e motori di ricerca della nascita di un nuovo sito web.

La migrazione

Per ovvie ragioni, è consigliato effettuare la migrazione in un momento di scarso traffico, ad esempio di notte.

Per prima cosa si carica il nuovo sito e lo si indirizza al nuovo dominio, avendo cura di mantenere il vecchio sito online per un tempo che va dai 3 ai 6 mesi (più tempo resta online e meglio Google riesce a interpretare i redirect).

Con gli stessi strumenti della fase pre-migrazione, effettua un crawling del nuovo sito per verificare che non vi siano errori.

Una volta verificato ciò, si implementano i redirect nell’HTACCESS del vecchio sito, e si testano usando i tool di Screaming Frog (modalità elenco con la vecchia sitemap).

Ogni errore in questa fase deve essere corretto immediatamente (ai motori di ricerca non piacciono i 404 not found).

È consigliabile impostare una pagina 404 personalizzata per poterla tracciare in analytics e controllare real time se ci sono risorse non trovate.

Dopo la migrazione

Nella fase successiva alla migrazione, e per un lasso di tempo sufficiente (nell’ordine dei mesi), è necessario monitorare costantemente il traffico del nuovo sito web per riscontrare eventuali anomalie.

In questo tempo, inoltre, è doveroso correggere i backlink su cui si ha autorità (ad esempio pagine social o directory) con i nuovi url.

Se tutto è andato bene non dovrebbero verificarsi cali di traffico macroscopici.

Può succedere a volte, però, che Google o altri motori di ricerca mettano il sito in una “sandbox” oscurandolo temporaneamente dalla SERP, fino alla certezza che esso tratti lo stesso tema del precedente.

Questo accade poiché in passato era prassi comune acquistare domini con elevata authority per trasferirvi siti non in linea con gli argomenti precedenti.

Questa breve guida non esaurisce l’argomento “Migrazione SEO”, ma fornisce gli strumenti di base per evitare di incappare in errori dannosi.

Il nostro consiglio è quello di rivolgersi a dei professionisti in caso di migrazione di un sito con un buon posizionamento.

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